Pasolini: Esposizioni

Un corpo esposto è stato, sempre, quello di Pasolini: dalla prima epifania di Narciso, nelle aurorali Poesie a Casarsa del ’42, agli ancora oggi problematici nudi commissionati a Dino Pedriali nell’ottobre del ’75. Esposizioni, proprio, s’intitola un saggio di Marco Antonio Bazzocchi che legge tutta l’ultima stagione artistica dell’autore nella chiave di un’ostensione del corpo glorioso e tormentato del performer, che al suo pubblico morboso si dà in pasto persino nudo: appunto nelle foto di Pedriali alla Torre di Chia, delle quali è il soggetto stesso – come ha testimoniato il fotografo – a pianificare l’effetto voyeuristico e lo “scandalo” (si veda «Iconostasi»). Ma già l’introduzione di Walter Siti al primo dei «Meridiani», quello dei Romanzi e racconti (ora riportata in Quindici riprese), aveva per titolo Narrare, descrivere, esporsi.

Fin dai primi tentativi di gioventù il paragone più evidente, avanzato da molti, era quello a lui meno gradito: è il fantasma di Gabriele d’Annunzio che aleggia su di lui, specie da quando Pasolini sceglie di affiancare la politica all’arte («vado verso la vita!», aveva gridato il Vate in Parlamento nel 1897, al culmine di una delle sue scenografiche giravolte). E in effetti la performance terminale per l’obiettivo di Pedriali ricorda da vicino quella del grande Mishima Yukio nel mirabile Bara-kei, sequenza fotografica realizzata fra il 1961 e il ’62 da Hosoe Eiko, e a sua volta ispirata all’iconografia dell’Imaginifico.

Quello della propria rappresentazione, comunque, è stato sempre un nodo centrale: tra un massimo di esposizione possibile e uno spasmodico desiderio di privacy, destinata a venire sempre violata. Ogni sua immagine, aveva capito per tempo, poteva essere usata contro di lui; e lo scandalo, infatti, lo perseguita sin dalla giovinezza. Lo riassume, capitolo, per capitolo, il libro mastro delle accuse: Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, curato da Laura Betti nel 1977. L’autorità lo opprime da quando è poco più di un ragazzo (il processo per i “fatti di Ramuscello”, con l’accusa di «atti osceni», va dal ’50 fino all’assoluzione nel ’52; ma resterà sempre un’ombra nei suoi rapporti col Partito Comunista). Eclatante, nelle prime raccolte, la sezione Il non credo del Canto della rosa (1946), poi rifuso nell’Usignolo della chiesa cattolica. Qui compaiono liriche come Bestemmia, titolo profetico per Pasolini poeta, e L’angelo impuro, che si conclude con un distico provocatorio: «al Dio che non dà vita / chiedo di non morire». Lo dimostrano pure, nel ’49, i manifesti manoscritti contro la Democrazia Cristiana e gli attacchi che seguono su un quotidiano vicino al Partito, «Il Nuovo Friuli». Così risponde Pasolini: «è la solita tattica: quando non si hanno argomenti, si ricorre alla diffamazione e agli attacchi personali: così seguono il Vangelo».

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Continua a leggere “Esposizioni”, di Andrea Cortellessa contenuto in Pasolini, Ipotesi di raffigurazione

Jacopo Benassi
Autorappresentazione, 2022
Artist frame, 44×38 cm

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