Guy Tillim, O Futuro Certo

A cura di Marco Delogu e Flavio Scollo

8 novembre – 26 dicembre 2017
MACRO, Via Nizza 138, Roma

Guy Tillim (Johannesburg, 1962) è un fotografo sud-africano principalmente conosciuto per i suoi lavori incentrati sulle regioni turbolenti dell’Africa sub-sahariana e che molta attenzione ha dedicato a Johannesburg e le sue tensioni, città di cui è originario.

Inizia la sua carriera di fotogiornalista come membro dell’Afrapix, un collettivo di fotografi che si opponeva apertamente all’Apartheid in Sud Africa e al quale rimarrà legato fino al suo scioglimento nel 1991. Successivamente continuerà a lavorare come freelance con numerose agenzie tra cui Reuters e Agence France Presse. Anche grazie al supporto della galleria Stevenson, il suo lavoro prende gradualmente sempre più le distanze dal fotogiornalismo classico e si indirizza verso una visione più personale e segnata da un’autorialità forte e vicina al mondo dell’arte contemporanea, pur sempre rimanendo molto legato ai temi sociali ed in particolare alle realtà contemporanee africane ed al suo passato coloniale.

Nel 2007 partecipa infatti a documenta (una delle più importanti manifestazioni d’arte contemporanea) a Kassel esponendo il lavoro Congo Democratic. Con la Commissione Roma del 2009, dove realizza il primo lavoro fuori dai confini africani, Roma città di mezzo, identifica uno dei punti di svolta nel modo di approcciarsi alla fotografia. Seguiranno poi altri lavori al di fuori del continente africano, tra i quali i luoghi visitati nella serie Second Nature, e che lo confermeranno sempre di più come uno degli esempi più noti tra gli autori che dal fotogiornalismo sono riusciti a sviluppare un proprio linguaggio con successo al di là dei confini del mondo dell’editoria ed anzi sdoganandosi completamente da esso.

Joburg: Points of View del 2013 è uno dei casi interni alla carriera di Tillim tra i più esemplari nel testimoniare l’evoluzione del suo linguaggio: i dittici ambientati nella quotidianità delle strade di Johannesburg creano una finestra sulla città che induce lo spettatore a sospendere il giudizio e a indagare lo spazio osservato, ottenendo una visione che al tempo stesso si oppone e si completa con la Jo’burg (2004) di quasi dieci anni prima, una città claustrofobica segnata dalle tensioni e dagli sfratti negli appartamenti popolari.

Da questo nuovo approccio prende vita anche il suo ultimo progetto, con cui è vincitore del prestigioso HCB Award istituito dalla Fondation Henri Cartier-Bresson, Museum of the Revolution (2017), dove indaga i paradossi e le contraddizioni dei paesi post-colonialisti attraverso le sue strade, strutturate secondo i capricci delle potenze coloniali e testimoni silenti dei cambiamenti politici, e che oggi riflettono una realtà di ricostruzione e di nuove aspirazioni imbevute di valori capitalistici.

Museum of the Revolution chiude anche la mostra O Futuro Certo, che nel suo allestimento si propone di guidare lo spettatore all’interno della vasta produzione di Tillim attraverso i suoi lavori più importanti, posti in un dialogo continuo tra loro e dove, in un percorso ideale di continui rimandi, il racconto del mondo (e in particolare dell’Africa) viaggia in parallelo con il mutare della visione autoriale dell’artista.

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